|
LUCIANO GALLINO, editorialista
"Sfidare la Cina esportando diritti", La Repubblica, 11/03/2005
"... Il costo del lavoro in Cina è 20-25 volte inferiore a quello italiano. Nelle manifatture delle principali zone industriali il salario medio cinese è di circa 1200 euro l'anno, e gli orari molto lunghi; quello italiano si aggira sui 1200 euro al mese, guadagnato con orari più umani. Inoltre i prelievi obbligatori per l'assistenza e la previdenza raddoppiano il costo del lavoro in Italia, mentre poco aggiungono in Cina, dove il comunismo capitalista ha soppresso quel che esisteva del vecchio stato sociale, e si è ben guardato dallo svilupparne uno nuovo. ... Quanto basta per dire, tra l'altro che i cinesi non stanno facendo del dumping, che significa vendere in massa prodotti sottocosto; vendono a prezzi bassi perché i loro costi sono bassissimi. ... in realtà noi non sappiamo più quali prodotti di massa potrebbero oggi interessare alla Cina. I prodotti di massa se li fabbricano sul posto, pure quelli con contenuti tecnologici elevati. Allora dazi italiani sulle merci cinesi? ... notare che alle migliaia di imprese europee e americane operanti in cina i bassi salari e le cattive condizioni di lavoro ... in fondo vanno benissimo. Infatti permettono di fare grandi profitti. E vanno bene anche a noi come consumatori, perché senza il lavoro di giovani donne pagati due dollari al giorno, nelle zone franche, noi non avremmo il piacere di comprarci, ad esempio, un pc superdotato per meno di mille euro. ... Oggi si parla molto di investitori socialmente responsabili, quelli che acquistano azioni di un'impresa soltanto se essa soddisfa determinati parametri sotto il profilo economico, sociale e ambientale. ... E i dazi sul tessili, e perché no sulle mele o i giocattoli provenienti dalla Cina? Per avanzare una simile proposta bisogna veramente non avere alcuna idea di come è organizzata oggi la produzione nel mondo".
|
|
|