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DANIELE MARINI, direttore Fondazione Nordest
"Abolite quel termine", Il Sole 24 Ore, 01/02/2005
"Diamogli un altro nome, perché la 'delocalizzazione' non descrive più correttamente i processi in corso ed evoca un'idea di depauperamento che non corrisponde alla realtà. Chiamiamola 'ricollazione' e 'internazionalizzazione' delle imprese. ... La ricollocazione (...) indica il presidiare nuove frontiere e, contemporaneamente, trasformare e arricchire il territorio di origine. Diverse ricerche ormai evidenziano come le imprese che cercano di internazionalizzarsi, soprattutto nei distretti, lo facciano coinvolgendo i fornitori locali, trasformando - elevandole - le figure professionali da loro impiegate. La 'delocalizzazione' è un fenomeno in larga misura superato dai fatti, intendendo con tale categoria il mero spostamento all'estero di parti della produzione di minore valore e a costo più elevato. ... Nessuno nega che vi siano stati simili episodi e che, in casi limitati, ciò avvenga ancora, producendo conseguenze negative soprattutto sui lavoratori. Ma sono fenomeni marginali quantitativamente. Anche perché solo il 5% dei 5 milioni di imprese italiane supera i 10 dipendenti (250mila circa). Fra queste, poco meno della metà (47%, secondo la ricerca del 2004 'L'Italia delle imprese', Fondazione Nordest-Il Sole 24 Ore) ha rapporti con mercati esteri: circa 117.500. Di più, circa il 5% (meno di 6mila) fra quest'ultime ha produzioni all'estero avendo aperto nuovi stabilimenti o utilizzando lì strutture pre-esistenti. E la maggior parte di queste si muove in un'ottica di 'internazionalizzazion' e non di 'delocalizzazione'. ... E per queste sfide è necessario approntare gli strumenti adeguati sia per i lavoratori (formazione continua, riqualificazione professionale, favorire la mobilità e il reimpiego con agevolazioni, ecc.), che per le imprese dei settori più maturi (incentivi all'innovazione, all'aggregazione). |
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